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Vendola regala a giggetto o flop un bastimento carico di Munezza
post pubblicato in diario, il 25 giugno 2011


Il Tar Lazio blocca anche i flussi nelle altre regioni.

12 giugno 2011 - Luigi Roano Fonte: Il Mattino

Caldoro: preoccupatissimo, situazione drammatica.... Il Tar del Lazio blocca i trasferimenti dei rifiuti fuori regione e provincia. Ha accolto l’istanza della Regione Puglia governata da Nichi Vendola. Una sentenza che rischia di rompere il fragilissimo equilibrio del ciclo dei rifiuti con il risultato che Napoli potrebbe ritrovarsi di qui a qualche ore nuovamente sommersa dalla spazzatura.

E si il soccorso rosso non è più quello di una volta ..

Alessandro


continua



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Adesso gli amici di Bersani si domandano chi pagherà l'acqua ..
post pubblicato in diario, il 21 giugno 2011


Lavoce.info di Tito Boeri testata molto vicino al PD esce con questo articolo :

E ORA CHI PAGA PER L'ACQUA?

di Carlo Scarpa 17.06.2011

Il sì al secondo referendum sull'acqua dice che le tariffe idriche non devono remunerare il capitale. E le imprese che gestiscono il servizio ora bloccano gli investimenti. Miliardi di investimenti all'anno per molti anni sono a rischio. Nell'immediato, serve almeno una norma interpretativa transitoria "salva-investimenti". A regime, si deve scegliere se rinunciare agli investimenti o aumentare le imposte per salvare il settore. L'alternativa è tradire un'altra volta la volontà popolare.

Il secondo dei referendum sull’acqua ha deciso che il prezzo dell’acqua (più precisamente, la tariffa per il servizio idrico integrato, che include fognatura e depurazione) non dovrà più includere quella componente per la “remunerazione del capitale investito”, che la legge prevedeva. La tariffa idrica non servirà più a generare gli odiati profitti. La stupenda conseguenza di questa decisione è che da un giorno all’altro un paio di miliardi di investimenti pronti a partire sono bloccati a tempo indefinito. Imprese quali Acea, Hera e Iren, controllate da comuni ma quotate in borsa, hanno chiarito quanto era da tempo piuttosto ovvio. Se non c’è una ragionevole garanzia della remunerazione degli investimenti, gli amministratori di queste imprese rifiutano di investire. Come dar loro torto? Essi sono responsabili del denaro dei loro azionisti, anche quelli privati, e sarebbero legalmente responsabili di una cattiva gestione.

DUE POSSIBILITÀ

Cosa può succedere, a questo punto? Fino all’altro giorno i piani di investimento previsti per il settore ammontavano ad una media di due miliardi l’anno per i prossimi trenta anni. Questi investimenti, richiesti dalle “autorità di ambito” pubbliche, sarebbero serviti a migliorare acquedotti, fognature e impianti di depurazione. Per effettuarli serve ovviamente capitale (debito o equity) e chi lo porta (i prestatori o gli azionisti) richiede una remunerazione. Che avveniva, prima del referendum, con aumenti dei prezzi (che sono, come è noto, tra i più bassi d’Europa). Ora, una prima possibilità è che questi investimenti semplicemente non vengano effettuati. D’altronde oltre l’80 per cento della popolazione è già servita da fognature, e gli utenti le cui acque sono trattate da un depuratore sono circa il 70 per cento.Possiamo accontentarci? O forse un paese civile meriterebbe di meglio? O forse il nostro ambiente meriterebbe maggiore attenzione? Per non parlare poi delle perdite del nostro sistema di acquedotti, e della necessità di effettuare manutenzioni...

Effettivamente, l’idea che tutti gli investimenti necessari non vengano effettuati repelle. Ma se vogliamo fare gli investimenti, chi paga? Una seconda strada parte dalla constatazione che se non pagano i consumatori, pagheranno i contribuenti. Questi investimenti potrebbero quindi essere remunerati tramite specifiche risorse dei comuni. Si potrebbe riprodurre quanto avviene nel trasporto locale, ove parte dei ricavi dei gestori del servizio deriva da trasferimenti pubblici. Oppure i comuni potrebbero gestire e investire in prima persona (la soluzione preferita da molti “referendari”); ma anche le risorse pubbliche hanno un costo, quanto meno il costo-opportunità misurabile con i minori servizi che potranno erogare altrove poiché quelle risorse saranno impegnate in progetti idrici. E anche se si cercassero nuove risorse (tramite strumenti finanziari specifici quali i city bond) qualcuno dovrebbe pagarne gli interessi: ad ogni uscita per i comuni corrisponderà – presto o tardi – un maggiore carico fiscale. Siamo in un periodo di grave crisi fiscale dello stato che si ripercuote sulle amministrazioni locali, alle quali sia le migrazioni, sia il difficile periodo dell’economia pongono richieste sempre nuove. Quale maggioranza parlamentare, odierna o futura, voterà una legge che conduca a riduzioni dei servizi pubblici o ad aumenti delle imposte locali?

UNA TERZA VIA TRA SCILLA E CARIDDI?

Credo che la risposta spetti a chi ci ha infilato in questo vicolo cieco, tra investimenti che servono e risorse pubbliche che non ci sono. Molti dei promotori del referendum sono “duri e puri”, entusiasti dell’intervento pubblico, e pronti a proporre senza riserve un aumento delle imposte. Ma altri sono saliti sul carro del referendum per calcolo politico. Colpito Berlusconi, ora guarderanno alla realtà dei fatti. Esercizio doveroso, ma anche pericoloso: non sarebbe la prima volta che il Parlamento ha tranquillamente ignorato i risultati di un referendum. Ovvero: una volta usato il referendum a fini politici “trasversali”, qualcuno si porrà il problema di come evitarne le conseguenze dirette. Già qualcuno comincia a dire che in realtà la legge enumerava criteri tassativi, così che il referendum avrebbe abrogato l’obbligo di includere la remunerazione del capitale tra le componenti della tariffa. Ma nessuno vieta che una autorità pubblica decida invece autonomamente di prevederla comunque. Altri accennano invece a sostituire la remunerazione del capitale con la remunerazione della “attività industriale”. Concetto sfuggente, che consentirebbe di remunerare le imprese senza contraddire la forma. Ma è questo che il popolo italiano intendeva dire quando si è espresso? Mi permetto di avere dubbi in proposito.

Altri indicano che il problema vero è “il profitto”, ovvero la remunerazione del capitale di rischio, e non l’interesse, che remunera il capitale a prestito. Peccato che il referendum abbia abrogato il riferimento alla remunerazione di qualunque forma di capitale, e interpretare la volontà popolare oltre il suo aspetto “letterale” sia un esercizio impossibile. Neppure la remunerazione del capitale di prestito potrebbe essere messa in tariffa… Qualcuno forse noterà che nessuno ha abrogato l’art. 117 del Testo unico degli enti locali (DLgs 267/2000) che dice che uno dei criteri per il calcolo della tariffa di tutti i servizi pubblici locali è “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato”. Finché nessuno abrogherà anche questa norma, immagino che occorra applicarla. Ma – di nuovo – questo è coerente con quanto “il popolo” ha detto? Infine, qualcuno cercherà di interpretare il termine “remunerazione” del capitale, distinguendolo dal suo “costo”, e ricordando che tutti i costi devono essere coperti. Vero. Ma, purtroppo, il costo dei fattori produttivi non è altro che la remunerazione dovuta a chi fornisce tali fattori: il costo del lavoro è la remunerazione del lavoratore, e lo stesso vale per il capitale.

Parliamo di sinonimi: pensare che il referendum abbia cancellato la remunerazione del capitale mantenendo la copertura del suo costo appare difficile da capire. Anche se il problema sta nel manico: la norma parzialmente abrogata parla di remunerazione del capitale da una parte, e dei costi come se fossero altro. Gli altri modi di pagare per gli investimenti sarebbero sofismi, ma questo almeno una base fattuale la avrebbe. Ma se così fosse, attenzione: il referendum sarebbe stato semplicemente inutile.

IERI, OGGI E DOMANI Sui contratti in essere, non dovrebbe succedere nulla. Sui contratti che stanno per essere siglati, nelle more del nuovo regime, il Governo ha il dovere di dire alle imprese cosa succede; e credo sia ragionevole pensare che in qualche modo si possa continuare con il vecchio regime (invocando la copertura dei costi, o qualcos’altro) almeno per un periodo transitorio, di durata limitata. Senza questo, gli investimenti si bloccheranno a tempo indefinito, e tutti hanno da perdere da una situazione del genere. Quanto alla soluzione “a regime”, questa pessima politica ci lascia con un paradosso. Se non vogliamo tradire la volontà popolare, rischiamo di uccidere un settore vitale. Ma tradire la volontà popolare (che piaccia o meno) non sarebbe peggio? Ai nostri sagaci politici l’ardua sentenza.

Ecco adesso il Bersani ci spieghi come uscirne ... e anche Silvietto nostro ci spieghi perchè non ha lottato perchè ciò non accadesse .... non solo ma come mai Lavoce.info ha pubblicato questo articolo dopo il referendum e non prima.. ai posteri l ardua sentenza ..

Alessandro


continua



permalink | inviato da Alexein il 21/6/2011 alle 16:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Ma cosa vogliamo ....
post pubblicato in diario, il 14 giugno 2011


il 21 gennaio 2011 Si riunisce a Licata il coordinamento per il no ai parchi eolici off shore

Oggi,alle ore 10,00, presso il Palazzo di Città di Licata, su iniziativa del Sindaco Angelo Graci, tornerà a riunirsi i rappresentanti degli enti che hanno dato vita al Coordinamento per dire No alla realizzazione di parchi eolici off shore nel tratto di mare che da Agrigento si estende sino a Gela. Del suddetto coordinamento fanno parte i Comuni di Agrigento, Palma di Montechiaro, Licata (comune capofila), Gela e Butera, le province regionali di Agrigento e Caltanissetta ed il Comitato “Difendi Licata NO PEOS

Governo Lombardo dice 'no' a parchi eolici off-shore

nei tratti di mare prospicienti le coste della Sicilia ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2011, ore 21:14 Palermo - (Adnkronos) - Nei prossimi giorni la deliberazione verrà trasmessa al ministero delle Infrastrutture e Trasporti, a quello dell'Ambiente, al MISE e a tutte le amministrazioni

Stop definitivo alle pale nel Golfo di Cagliari. Intanto si rafforza l'opposizione alle maxi pale al Passo di San Marco sulle Alpi Orobie lombarde

Buone notizie dalla Sardegna. Qui la mobilitazione trasversale delle forze politiche locali contro il 'colonialismo energetico continentale' è forte e crescente e nel Golfo di Cagliari la società Trevi Energy ha annunciato qualche giorno fa di riununciare definitivamente al progetto dopo le denunce per no averlo inoltrato alla Capitaneria di Porto. Dai golfi della Sardegna (e di altre regioni costiere italiane) le mire dei 'signori del vento' si stanno allargando ai Passi alpini. Sono i passi, infatti, dove nell'Italia del Nord c'è un po' d vento, tanto da giustificare la installazione delle centrali. Fermare lo scempio al Passo di San Marco - che come ricorda Legambiente è legato oltre all'impatto delle pale stesse alla necessità di realizzare strade di servizio a ciascuna pala che serviranno poi per la manutenzione - è importante non solo per salvare un passo che, in sè, ha un grande valore simbolico, storico, turistico, ma anche per evitare che le mani dei 'signori del vento' si allunghino su altri passi della Lombardia e delle Alpi tutte. Il ruggito del lion e il no di Legambiente Nel comunicato di Legambiente si evoca il Lion, quello che sta a guardia del Passo. Nell'effigie scolpita nella pietra al Passo è lion de paxe (con l'evangelario aperto) come si conviene a chi è lì a tutelare i traffici commerciali, ma, si sa, in caso di necessità el lion oltre a ruggire chiude l'evangelario, lo custodisce sotto la zampa e sfodera la spada. Il Lion si aggiunge ad altri potenti 'protettori' che, come abbiamo ricordato nell'articolo precedente, sono pronti a schierarsi contro le pale

Di questo tipo di articoli in internet se ne trovano a decine .. qualcuno pensa che una battaglia contro l eolico .. sbagliato ecco alcuni esempi sul fotovoltaico

Comitato di Fossatella contro il fotovoltaico Wed, 27/04/2011 -

Ancora guai per la provincia di Piacenza: il comitato di Fossadello fa ricorso al tar. Giovedì scorso i residenti nella frazione del comune di caorso hanno consegnato un esposto al tribunale amministrativo regionale per violazione del regolamento comunale e del ptcp regionale da parte della provincia. Dall'autunno scorso, infatti, i residenti di fossadello sono sul piede di guerra per essersi trovati davanti ad un vero e proprio campo fotovoltaico realizzato sotto casa grande quanto sei campi di calcio: una battaglia, quella tra i residenti e la provincia di piacenza, che sembrava essersi conclusa nel febbraio di quest'anno, per l'appunto, con un incontro tra il presidente della provincia di Piacenza, Massimo Trespidi, e Roberto Bussacchini, portavoce del comitato.

Nessuna sanatoria: si smantellino tutti gli impianti fotovoltaici ed eolici illegali

Pubblichiamo il comunicato stampa di Coordinamento Civico apartitico per la tutela del Territorio, della Salute e dei Diritti del Cittadino – Save Salento, Associazione Radicale – Forum Ambiente e Salute del Grande Salento: Gli impianti industriali di eolico e fotovoltaico viziati da illegalità siano smantellati, i siti bonificati e la natura ripristinata! Appello agli inquirenti affinché indirizzino con decisione i controlli e le indagini sulle connessioni, le reti e le pratiche illegali della speculazione cresciuta all’ombra degli incentivi di Stato alle rinnovabili....

COMITATO NAZIONALE CONTRO IMPIANTI FOTOVOLTAICI A TERRA SUPERIORI A 200 KW 

Richiesta indennizzo per danni morali e materiali agli abitanti limitrofi, accertamento impatto ambientale e regolarità autorizzazioni. Abolizione della rinnovabilità dopo 20 anni a dismissione dell’impianto. In quasi tutto il territorio nazionale vi è stata una installazione selvaggia di impianti fotovoltaici a terra prima delle linee guida nazionali e delle attuali normative, senza alcuna informazione del cittadino e rispetto delle normative CEI. Nell'ultimo Decreto non è stato riconosciuto nulla per il retroattivo e chi ne è stato danneggiato, o abitazioni singole o agriturismi, non è giusto che debba subire i danni da deprezzamento dell'immobile e conseguenze da impatto ambientale per 20 anni fino a dismissione dell'impianto. Inoltre essendo autorizzazioni rinnovabili è probabile che avendo già una predisposizione possano rimanere per sempre.

No agli impianti fotovoltaici a terra!!!

di Agostino Della Gatta E’ davvero un problema che interessa sempre di più il territorio nazionale. Venerdì ero in puglia per lavoro e durante il viaggio (tra le province di Taranto, Lecce, Brindisi, Bari ecc.) cominciavano a vedersi più impianti che tendoni dei vigneti. Non avevo macchina fotografica e, purtroppo, pioveva, ma alla prossima cercherò di documentare lo scempio dilagante

 Ecco siamo il paese dei no... ho preso una decisione visto che ho messo su un pò di pancetta domani mattina mi copro una cyclette gli attacco una bella dinamo e pedalando mi fornisco di energia elettrica sperando sempre che non appaia un comitato dei NO condominiale contro la Pedalata Energetica

ALESSANDRO


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